Costituzione, DPCM e controllo parlamentare. Il punto

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E’ ormai evidente che più i giorni passano e più aumentano le possibilità che si decida per una chiusura totale. Ciò in ragione dell’aumento dei contagi accertati, che però – ricordiamolo – è direttamente proporzionale al numero dei tamponi effettuati. Sicché, più tamponi si fanno e più positivi si trovano. E oggi, si fanno moltissimi tamponi.

Fatto sta che l’aumento dei numeri di contagi accertati, asintomatici o meno, implica il protrarsi dello stato di emergenza, con tutti i provvedimenti conseguenti del caso, come il lockdown (zonale, selettivo o che dir si voglia), che però ha il brutto difetto di piegare la già derelitta economia del nostro paese (vista pure l’assenza di sovranità monetaria). Sicché, la domanda è questa: perché diamine in questi mesi, anziché perdere tempo, non si è provveduto a potenziare strutture sanitarie e terapie intensive, proprio in vista di una seconda ondata, più volte annunciata?

Mah! Vero è che, davanti, all’uso “originale” dei DPCM per gestire l’emergenza sanitaria, si sente spesso dire (soprattutto sui social) che non si può far nulla perché… perché i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri sfuggono – ahinoi! – a qualsiasi controllo politico del Parlamento e giuridico della Corte Costituzionale.

Scherziamo? Scherziamo? O semplicemente scherziamo? Ma che motivazione è mai questa? Seppure sia vero che i DPCM non possono essere strettamente soggetti al controllo politico parlamentare (perché non sono atti aventi forza di legge), il Parlamento ha sempre e comunque il diritto-dovere di controllare tout court l’intera attività di Governo ed eventualmente di censurarla. Non è peraltro un caso che il parlamentare, anche individualmente, abbia il diritto-dovere di interrogare i membri di Governo sull’attività governativa e ha il diritto di ispezione.

Già questi sono strumenti piuttosto incisivi e costituzionalmente rilevanti, senza dover scomodare la Corte Costituzionale. Ma ammesso che si voglia proprio ricorrere al giudice delle leggi, è evidente che se ciò non può essere fatto per i DPCM (che sono atti di alta amministrazione), può certamente essere fatto per le leggi e gli atti avente forza di legge che costituiscono la “cornice” legislativa degli stessi.

Dunque i mezzi per procedere, denunciare e ostacolare l’attività di governativa che si reputi illegittima, contram costitutionem o più modestamente inadeguata a gestire l’emergenza sanitaria, esistono, e se utilizzati sapientemente e con insistenza, possono persino essere efficaci e raggiungere l’obiettivo, che può risolversi o in una benedetta crisi politica, ovvero in un mutamento della linea politica dell’attuale Governo.

Peraltro, guardiamo il quadro politico attuale. Abbiamo un Governo che è retto da una maggioranza traballante (almeno in Senato). Ciò giocherebbe spudoratamente a favore di un eventuale fronte di opposizione determinato che volesse mettergli i bastoni tra le ruote, visto pure che tale fronte è invece maggioranza nel governo delle regioni (15 a 5). Sicché, se proprio vogliamo dirla tutta, chi si oppone all’attuale gestione dell’emergenza o ritiene che questa gestione sia sbagliata o violativa della carta, può certamente, qualora ne abbia la facoltà:

  • Sollevare conflitto di attribuzione Stato-Regioni.
  • Fare ricorso al giudice amministrativo contro i DPCM (e non uno, ma tanti).
  • Eventualmente, all’interno del ricorso, sollevare questione di costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge che li legittimano.
  • Sollevare conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato, perché l’uso dei DPCM, come surrogato del decreto legge, sottrae l’attività di Governo al controllo costante e sostanziale del Parlamento, e dunque è chiaro che si aggirano le norme costituzionali in materia.
  • Fare costanti interrogazioni ai ministri sullo stato di emergenza e sulle misure, anche amministrative, adottate dal Governo e dai ministeri.
  • Esercitare fattivamente i diritti di ispezione e controllo parlamentare, per verificare che le attività non violino i diritti costituzionali e perciò le leggi dello Stato.

Non si può dunque dire che no, le opposizioni non possono far nulla. Potrebbero invece fare molto, anche senza portare la gente in piazza. E non lo dico io, ma lo dice la Costituzione, se solo la si conoscesse davvero bene. Dunque la domanda è un’altra: le opposizioni vogliono davvero fare qualcosa?

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