Green pass per lavorare tra libero consenso e consenso forzato

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Il green pass per andare a mangiarsi una pizza (al chiuso, in pizzeria) è una palese violazione della libertà personale. Non esiste – sappiamo – alcuna norma che obblighi a vaccinarsi, ma esiste una norma che obbliga chi vuole mangiarsi una pizza (al chiuso, in pizzeria) a possedere un certificato che prova che ti sei vaccinato (o sei negativo a un tampone). Si chiama obbligo indiretto, che implica dunque un trattamento sanitario surrettiziamente obbligatorio, che aggira l’art. 32 Cost.

Indubbiamente, è un’obbligazione anomala, perché chi si sottopone al vaccino – requisito essenziale per ottenere il green pass – firma il cd. consenso informato nel quale attesta la libera scelta di vaccinarsi. Sicché, in questo caso, lo Stato non ti obbliga direttamente a farti un vaccino, ma ti obbliga indirettamente, disimpegnandosi in ordine a eventuali conseguenze negative da vaccinazione, poiché inevitabilmente risulta che sei stato tu a vaccinarti volontariamente.

Eticamente, prima che giuridicamente, questo modus operandi è discutibile.

D’altro canto, seppure sia vero che costringere qualcuno a vaccinarsi per mangiare una pizza in una sala chiusa della pizzeria preferita sia comunque aberrante, è altresì vero che un minimo di scelta il cittadino lo possiede: rinunciare alla pizzeria o farsi un tampone a pagamento (il che sarebbe davvero surreale: pagare una ventina di euro per mangiarsi una pizza al chiuso). Discorso diverso, però, deve farsi per il caso del green pass per lavorare. Perché in questo caso siamo davvero davanti a un obbligo vaccinale fortemente surrettizio dove è assente la responsabilità statale. Il cittadino sottoposto a questo obbligo, infatti, non ha una reale e concreta scelta: non può certo rinunciare a lavorare (soprattutto se la sua fonte di reddito è quel lavoro). E certo farsi un tampone (a pagamento) ogni 48 ore per evitare il vaccino, non è una vera alternativa, ma è semmai la prova provata dell’obbligo surrettizio: nessuno è in grado di reggere economicamente, fisicamente e psichicamente un tampone nasale ogni due giorni.

Dunque siamo davanti a un vero e proprio trattamento sanitario obbligatorio, che però aggira l’art. 32, comma 2, Cost., poiché viene fatto passare come trattamento accettato liberamente.

E allora mi chiedo: tutto ciò è normale? Soprattutto, tutto ciò è costituzionale?

A sentire alcuni lo è. Ma quegli “alcuni” dimenticano che il diritto al lavoro è un diritto fondamentalissimo (art. 4, 3 e artt. 36 e ss. Cost.), che non può essere superato nemmeno dalla tutela della salute collettiva (che non è diritto fondamentalissimo). Sicché, se condizionare il diritto al lavoro a un trattamento sanitario obbligatorio (seppure indiretto) sia già di per sé scarsamente (se non del tutto  non) aderente alla nostra carta fondamentale (ma ammesso lo fosse, l’obiettivo è comunque la tutela del singolo lavoratore), il disimpegno dello Stato nel risarcire e tutelare i cittadini che, eventualmente, hanno danno dalla vaccinazione è certamente fuori da ogni argine costituzionale, ivi compreso il comma 2, dell’art. 32, che proprio in ragione dei TSO, afferma che questi comunque devono farsi nel rispetto della dignità umana (negata qualora lo Stato rifiutasse di risarcire il danno da vaccino che ha reso surrettiziamente obbligatorio per lavorare).

Perciò, ad avviso di chi scrive, e premesso che non si condivide in alcun modo la tesi di chi ritiene aderente alla Costituzione il green pass, e ancora di più per lavorare, è evidente che la prestazione del consenso informato alla vaccinazione in presenza di un obbligo (di legge) di esibire la relativa certificazione (green pass) per esercitare la propria attività lavorativa, è priva di qualsiasi base costituzionale. Il consenso prestato non è stato rilasciato liberamente, ma è stato rilasciato in seguito alla necessità di ottenere un documento che richiede come requisito per possederlo la vaccinazione (volontaria!). Perciò, in ossequio a quanto prevede l’art. 32, comma 2, Cost., il predetto consenso risulta essere del tutto inefficace ai fini della individuazione del responsabile civile in caso di reazioni avverse al vaccino, poiché la volontà è viziata.

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