Ius soli o ius culturae. Perché non attengono ai diritti civili

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Ogni tanto mi capita di leggere, soprattutto da parte dei sostenitori delle attribuzione della cittadinanza per via del suolo (ius soli) o della “cultura/istruzione” (ius culturae), che il loro riconoscimento è una questione che attiene ai diritti civili

Mai ragione è maggiormente inesatta e infondata. La cittadinanza è un tema che non riguarda la sfera dei diritti civili e mai potrebbe riguardarne, poiché la cittadinanza è uno status che la Repubblica riconosce in base a dei requisiti, la cui attribuzione è definita in via politica, ed è valutata su presupposti di opportunità, anche in relazione al perseguimento degli interessi nazionali connessi alla tutela dell’identità nazionale, della coesione sociale e della strutturazione socio-economica della nazione.

Ritenere pertanto che riconoscere o non riconoscere la cittadinanza in base a dei criteri meramente arbitrari, come possano essere il suolo o l’istruzione, rientri nell’ambito della tutela e del riconoscimento di un “diritto civile”, riflette una visione puramente ideologica della cittadinanza che non ha alcun radicamento nel diritto e in particolar modo nella Costituzione. E’ una mera scelta politica, basata sull’opportunità o sull’interesse a che, in quel dato momento storico, la cittadinanza venga riconosciuta sulla base di criteri diversi rispetto a quello tradizionale: lo ius sanguinis.

Nessuna violazione di un qualsivoglia “diritto civile” dunque viene perpetrata qualora si scelga di mantenere quello attuale. A maggior ragione non viola alcunché, se si tiene in considerazione che la riforma della legge sulla cittadinanza è comunque una riforma estremamente delicata per le sue implicazioni socio-politiche, tanto che, come tale, dovrebbe coinvolgere sempre il più ampio consenso parlamentare. L’attribuzione dello status di cittadino implica, infatti, l’attribuzione del diritto di elettorato attivo e passivo, con la conseguenza che un’attribuzione troppo “permissiva”, potrebbe rischiare di determinare uno stravolgimento del tessuto socio-politico del paese in un lasso di tempo particolarmente breve, creando così forme di ghettizzazione e di tensione sociale intollerabili.

In ogni caso, l’errore è stato fatto a monte, quando in sede costituente non si è tenuto conto del fatto che lasciando alla legge ordinaria la predeterminazione dei requisiti di accesso alla cittadinanza, il rischio sarebbe stato quello di delegare alla maggioranza contingente il potere di cambiare le regole di accesso ai diritti politici. In realtà, il requisito dello ius sanguinis avrebbe dovuto essere prestabilito in Costituzione; qualora lo si avesse voluto modificare, sarebbe stata necessaria una legge di revisione costituzionale. Ciò avrebbe garantito quell’ampia maggioranza di cui ho parlato sopra. E oggi non staremmo parlando di ius soli o ius culturae, perché senza il concorso delle opposizioni, mutare le regole di accesso al gioco non sarebbe stato possibile. 

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