La delegittimazione del dissenso

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Non posso sapere se qualcuno ha imparato la lezione (su questo mi si conceda il beneficio del dubbio), ma è certo che se è pur vero che la storia insegna pur non avendo alunni, è altresì vero che, per chi vuole imparare e capire, la storia è un’ottima insegnante. E in questo senso, la storia insegna che l’affievolimento e la repressione delle libertà fondamentali non è mai un buon segno, quand’anche imposti per un bene superiore.

Questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Nell’esperienza umana del passato esistono molti esempi di limitazioni e oppressioni in nome di un bene maggiore, di un obiettivo asserito come “nobile” o “necessario”. Un fine per il quale si chiede o si impone al popolo limitazioni delle libertà fondamentali che, artatamente, vengono definiti “sacrifici necessari”. Libertà di movimento, libertà di pensiero e di opinione, diritto di lavorare e di avere una vita dignitosa. E tutto in nome di un asserito bene più grande.

Chiediamoci: come può essere che, pur queste esperienze passate (a volte traumatiche), l’uomo comune, il popolo, ci caschi sempre? Ebbene, questo perché il modus operandi delle élite reazionarie (quelle che detengono il potere economico) è sempre lo stesso: delegittimare il dissenso, ridicolizzarlo, dipingerlo come border line, estremista e radicale in opposizione al loro, fatto passare per democratico se non anche rivoluzionario. Sicché, anche rivendicare la libertà di muoversi, di esprimere la propria opinione, di manifestarla, e finanche di difendere la propria integrità fisica e il proprio diritto al lavoro, diventa curiosamente eversivo, meritevole di essere stigmatizzato nel migliore dei casi e represso nel peggiore.

Il ribaltamento della narrazione!

E, oggi più di ieri, questo ribaltamento è evidente grazie all’informazione mainstream, che fa disgustamente a gara per affermare la nuova “normalità” costruita intorno all’affievolimento dei diritti costituzionali fondamentali, e tutto in nome della lotta a un virus che, per quanto pericoloso, lo è soprattutto per le persone fragili. Sicché, chiudere o limitare la libertà di un’intera popolazione, in nome della lotta al virus, appare – diciamo – “eccessivo”, perché, al di là dei danni sociali ed economici che sono sotto gli occhi di tutti, rimette in discussione valori e principi per i quali i nostri avi hanno strenuamente lottato.

E quello che sorprende e inquieta di più è che anche solo avanzare dubbi in questa direzione, sollevare perplessità su come viene gestito il tutto, fare obiezioni sulla reale efficacia dei vaccini e sulla loro natura, su come il virus viene “curato” o non curato, sull’irragionevolezza delle misure anti-contagio e sulla loro grave incidenza sui diritti costituzionali fondamentali, diventa meritevole di gogna, stigmatizzazione e censura. Persino manifestare il proprio dissenso e il proprio disagio, le gravi difficoltà economiche derivante da una gestione dell’epidemia decisamente irragionevole, giustifica la pubblica condanna. “Inaudito che qualcuno osi manifestare il proprio disagio e il proprio dissenso!”, mi pare di sentir dire.

Ecco, qui sta la delegittimazione del dissenso. E tale delegittimazione è uno degli indicatori più affidabili della chiara decomposizione delle dinamiche democratiche nel nostro paese, e in generale in Europa e in USA. Possiamo parlare di tutto, manifestare su tutto, tranne che su ciò che il sistema economico dominante (quello neoliberista) reputa contrario al proprio interesse, quand’anche trattasi di rivendicare i diritti fondamentali costituzionali. Qualora lo facessimo, la delegittimazione del dissenso è dietro l’angolo e con essa la condanna civile e l’emarginazione.

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