La nuova “normalità” e le libertà costituzionali affievolite

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Diciamoci la verità: l’avvento di Draghi e l’ingresso della Lega nel Governo non hanno spostato di un  millimetro la linea politica sulla gestione del covid-19. A distanza di un anno dall’avvento dell’infezione e a distanza di quasi due mesi dall’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi, siamo sempre lì: zone arancioni o rosse, lockdown a Pasqua, restrizioni, obblighi vaccinali sì no, pass vaccinali sì no, obbligo di portare mascherine anche all’aperto, limiti alla presenza delle persone in una stessa dimora. Insomma, per dirla chiaramente: tutto ciò che si è dimostrato inutile o quasi per combattere un virus, che ormai è diventato endemico e che pare sia significativamente pericoloso solo per gli anziani con patologie, viene applicato dai nostri governanti.

La verità è che gli unici risultati che stiamo ottenendo con questa discutibile gestione della “pandemia” sono un risultato economico e uno giuridico-costituzionale affatto edificanti.

Quanto al risultato economico, è chiaro che non il virus, ma la gestione dell’emergenza sanitaria sta di fatto annichilendo il tessuto economico del nostro paese. Le chiusure continue, i limiti orari, i ristori inconsistenti, stanno portando lentamente e inesorabilmente all’avvizzimento economico del paese. Sempre più attività chiudono perché, oggettivamente, non possono vivere senza lavorare, e gli aiuti economici sono insufficienti, a fronte di quelli necessari, che viaggiano nell’ordine di svariati centinaia di miliardi di euro. Fondi che, ovviamente, nel contesto UE, non sono assolutamente disponibili (e parlo di soldi realmente a fondo perduto e non certo del Recovery Fund), ma che lo sarebbero se solo avessimo la piena sovranità economica e monetaria (ma in argomento vi rimando al mio libro o ai miei articoli su questo blog).

Quello che però qui mi preme evidenziare maggiormente (e che non si slega affatto dal risultato “economico”) è il pericoloso declino costituzionale che stiamo subendo. L’emergenza sanitaria ci ha condotto verso una concezione relativa e arbitraria dei diritti di libertà costituzionali, e in particolare, mi riferisco al diritto di movimento e circolazione, alla libertà personale e al diritto alla salute. Che oggi, per via delle varie restrizioni e della possibile introduzione di pass vaccinali e/o obblighi vaccinali, risultano essere palesemente affievoliti in nome di un’emergenza che, giorno dopo giorno, sembra essere diventata la nuova “normalità”. Una normalità, dove risulta “lecito” imporre obblighi e vincoli alla libertà personale e di movimento, nonostante la Costituzione.

E’ chiaro ed è evidente che questa nuova normalità è di fatto e di diritto contraria alla nostra carta. E per diverse ragioni. In primo luogo, perché la libertà di circolazione e movimento per ragioni sanitarie può essere imposta solo per impedire che ci si rechi verso una zona sanitariamente pericolosa. Dunque un divieto d’accesso che non può essere generalizzato a tutto il territorio della Repubblica. Peraltro, un tale divieto deve essere imposto sempre per legge, con riserva assoluta (sicché niente atti di normazione secondaria integrativa o esecutiva, ergo niente DPCM e decreti ministeriali). In secondo luogo, una qualsivoglia emergenza sanitaria non può in alcun caso imporre limiti alla libertà personale. Tali limiti (variamente giustificati) possono essere imposti se non in forza di una legge e di un provvedimento del giudice che deve essere però ad personam. Sicché, non è possibile, per ragioni sanitarie, imporre un lockdown generalizzato con divieto di uscire dalla propria dimora. 

E passiamo al diritto alla salute, che è quello più invocato per giustificare le limitazioni delle libertà costituzionali (il che fa sorridere e arrabbiare allo stesso tempo). Ebbene, se è pur vero che l’art. 32 Cost. stabilisce che «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti», è altresì vero che questa norma non prevede di certo che la tutela della salute della collettività debba essere fatta con il sacrificio della libertà personale e di circolazione dell’individuo. Bensì, prevede che la tutela della salute della collettività debba essere perseguita, fermo restando tali libertà. E infatti, l’unico caso in cui è possibile sacrificare tali libertà in nome della salute è normato al secondo comma dell’art. 32, quando si prende in considerazione il trattamento sanitario obbligatorio che: a) deve essere previsto dalla legge (con riserva assoluta); b) deve essere ad personam, e cioè previsto individualmente. E in ogni caso, il TSO deve sempre rispettare la persona umana (non può essere un trattamento disumano o torturante).

Per farla breve, l’art. 32, comma 1, Cost. impone allo Stato di adottare tutte le misure idonee per tutelare la salute umana individuale e collettiva, e queste misure però non contemplano affatto la limitazione delle libertà costituzionali, bensì pongono sic et sempliciter un obbligo in capo allo Stato di costruire ospedali, di assumere medici, di acquistare o produrre da sé macchinari sanitari e medicinali, e di permettere l’accesso gratuito alle cure per tutti gli indigenti. E per indigenti, non intendo solo chi non ha reddito, ma anche chi ha un reddito non sufficiente per affrontarle efficacemente. Chi afferma il contrario, non ha mai letto l’art. 32.

Dunque è evidente che la nuova “normalità” semplicemente intende plasmare una nuova realtà costituzionale materiale (contraria a quella formale) in cui i diritti fondamentali possono essere compressi, limitati o derogati ogni qual volta ciò si renda opportuno per ragioni di tenuta del modello economico dominante: quello liberista. Come ho già detto in passato, l’obiettivo, neanche tanto malcelato, è il ritorno a un modello sociale di tipo ottocentesco e a un concetto di libertà e democrazia basata sul censo reddituale. Ma perché ciò possa concretizzarsi, è necessario rimettere in discussione le conquiste sociali del ‘900. E in particolare, le costituzioni sociali con i loro diritti, tra i quali spiccano i più avversati: il diritto universale al lavoro, alla salute al benessere diffuso.

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