Lo stop alla prescrizione è un regresso della civiltà giuridica

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A inizio 2020, e cioè domani, scatta la “riforma” che vedrà lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Praticamente, con questa novità, l’imputato potrà essere processato a vita. Perché è chiaro che non sussistendo un termine entro il quale i processi devono svolgersi e definirsi, sarà possibile che dopo la sentenza di primo grado, il processo d’appello potrà essere fissato anche a distanza di due, tre o dieci anni. Una persona potrà essere condannata a distanza di dieci o venti anni dal fatto. Un vero e proprio regresso della civiltà giuridica, un vulnus costituzionale intollerabile.

Trattasi in verità del culmine del degrado giustizialista che ha incancrenito la giustizia di questa nazione da una trentina d’anni; un degrado nel quale viene sovvertito il principio costituzionale della presunzione di innocenza, che diventa presunzione di colpevolezza. Il cittadino è colpevole fino a prova contraria, e lo Stato si prende tutto il tempo che desidera per condannarlo. La scusa è la tutela delle vittime, ma è chiaro che le vittime qui c’entrano poco, e in ogni caso, incontestato il diritto della vittima e/o dei suoi famigliari a ottenere giustizia, esiste anche il diritto dell’indagato-imputato a un processo equo e celere. Il processo non può essere una pena a sé, come invece vorrebbe questa assurda riforma. Non può esistere che la tutela dei diritti delle vittime passi attraverso la compressione irragionevole e contram costitutionem del diritto degli imputati a un processo equo e celere. Perché questa non è civiltà giuridica.

Qualcuno diceva: “Meglio cento colpevoli assolti che un innocente condannato“. Ed ha ben ragione di dirlo, poiché questa verità è lo spartiacque tra la giustizia e l’arbitrio. Tra un sistema giudiziario equo e un sistema giudiziario che si risolve nella persecuzione dell’imputato e nell’attesa torturante del processo per anni.

Non so se qualcuno impugnerà mai questa legge davanti al giudice costituzionale, ma mi auguro che se ciò accadrà, il giudice costituzionale dichiari incostituzionale questo scempio della civiltà giuridica, perché non è tollerabile che uno Stato si prenda potenzialmente tutto il tempo dell’uomo per condannarlo o assolverlo. Lo Stato deve avere un limite di tempo oltre il quale deve perdere interesse ad avere una sentenza, qualunque essa sia. Questo deve essere di stimolo allo Stato per investire di più nella giustizia e nel definire meccanismi per i processi più celeri e incisivi. Abolire sostanzialmente la prescrizione è un’abdicazione dello Stato a effettuare maggiori investimenti nella giustizia, onde creare un sistema più efficiente che eviti che il processo diventi una pena a sé e parimenti soddisfi la domanda di giustizia delle vittime dei reati. Ma del resto, se ci pensiamo su, anche la deriva giustizialista insita nella sostanziale abrogazione dell’istituto della prescrizione, non è altro, al fin fine, che l’ennesimo prodotto avvelenato di un sistema malato, ossessionato dal contenimento della spesa di stampo neoliberista. Abolire la prescrizione, infatti, risulta più facile e meno costoso per garantire la conclusione dei processi a spese dei più deboli. Perché investire denaro pubblico per un sistema processuale più equo e celere, dove la prescrizione è lo spartiacque tra l’equo processo e l’arbitrio giudiziale, quando basta un tratto di penna nel codice penale?

Un appello viene fatto anche al prossimo Parlamento, nel sommo augurio che questa legislatura termini entro i primi mesi dell’anno prossimo. Che s’impegni ad abolire quest’empia riforma. La peggiore partorita da quando siamo entrati nel tunnel del giustizialismo. Mille volte meglio la riforma Orlando, che al confronto è un fulgido esempio di equilibrio riformatorio. E non credevo proprio di dirlo!

Rinnovo gli auguri di buon 2020!

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