Lockdown e Costituzione. Il punto

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Ormai è nota la sentenza del Giudice di Pace che ha annullato una sanzione amministrativa per violazione delle norme sul lockdown. Ed è nota, perché – appunto – disapplica l’atto amministrativo che commina la sanzione per violazione delle disposizioni sul lockdown (adottato con DPCM).

Una serie di elementi di riflessione saltano all’occhio nella lettura della sentenza. In particolare, si afferma che non esiste nella nostra Costituzione nessuna norma che attribuisca al Governo “poteri peculiari” in caso di emergenza sanitaria, sicché apparirebbe del tutto illegittimo il lockdown in quanto adottato – appunto – «in assenza dei presupposti legislativi».

Art. 13 o 16 Cost.?

Ebbene qualcuno (soprattutto sui social) ha sollevato un’obiezione su questo passaggio, affermando che esisterebbe l’art. 16 Cost. (in verità ben preso in considerazione dalla sentenza citata), il quale testualmente afferma che «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Condividendo la lettura che dà della norma la predetta sentenza, questa è un’obiezione debole: le limitazioni di legge attengono alla libertà di circolazione e soggiorno, e cioè consistono nella possibilità che una legge o un atto avente forza di legge – qualora sussistono rischi sanitari o di sicurezza – stabilisca dei divieti per i cittadini di recarsi e soggiornare in determinati luoghi o in determinate zone, ovvero – al contrario – imponga loro un obbligo di recarvisi e soggiornarvi.

In altre parole, l’art. 16, attiene alla libertà di circolare e non già alla libertà personale ex-art. 13 Cost., che viene invece compressa quando la persona subisce una diminuzione nell’habeas corpus: cioè viene reclusa, ispezionata o perquisita. Sicché, la libertà personale viene violata e il soggetto subisce un’intrusione penetrante nella propria libertà di movimento (es. arresti domiciliari, detenzione domiciliare, divieto di uscire dalla propria abitazione o da un istituto di reclusione ecc.)

Questa lettura (confortata peraltro da due sentenze della Corte Costituzionale, una del 1956, l’altra del 1960 e non in ultimo dalla sentenza del 1964 citata nel provvedimento del GdP) suggerisce che il lockdown, così come è stato imposto (divieto di uscire dalla propria abitazione se non per precise e giustificate ragioni), non possa essere ricondotto alla previsione di cui all’art. 16 Cost. Che semmai avrebbe potuto avere una sua ratio qualora vi fosse stato un lockdown “zonale”, con il conseguente divieto per i cittadini di recarsi nelle zone dove il virus era maggiormente diffuso, ovvero con il conseguente divieto per i cittadini delle zone più colpite di recarsi in altre zone meno colpite. In tali ipotesi, infatti, l’obbligo e/o il divieto avrebbe riguardato la circolazione in determinate parti del territorio nazionale e non già la libertà personale tout court.

Se ciò è vero, il lockdown di marzo e aprile deve essere ricondotto necessariamente nell’ambito applicativo dell’art. 13 Cost., che attiene proprio alla libertà personale. Prevedendo, il DPCM, il divieto di uscire dalla propria abitazione se non per comprovate e giustificate ragioni, è stata imposta una vera e propria restrizione della libertà personale, con tanto di sanzione qualora fosse stato violato il divieto.

E’ cristallino che qui siamo ben oltre la libertà di circolazione, con la conseguenza che il provvedimento amministrativo e la relativa “copertura” di legge che hanno imposto il lockdown risultano essere contrastanti con l’art. 13 Cost. che non prevede – appunto – che la libertà personale possa essere limitata solo in forza di una legge (e men che meno in forza di un DPCM), senza il preventivo vaglio dell’autorità giudiziaria (in tal senso deve essere letta la norma quando richiama i «soli casi e modi previsti dalla legge»). Da qui, la ragione dell’assenza dei presupposti legislativi che conducono alla disapplicazione del provvedimento amministrativo e conseguentemente all’annullamento della sanzione.

Lockdown e art. 32 Cost.

D’altro canto, altri hanno cercato di argomentare sulla base dell’art. 32 Cost. Ma è evidente che l’art. 32 stabilisce semplicemente che la Repubblica tutela la salute e garantisce cure adeguate a tutti i cittadini, compresi gli indigenti. Il lockdown però è una misura di prevenzione, se vogliamo “sanitaria”. Ammesso che rientri nella previsione dell’art. 32 (ma personalmente non condivido), comportando comunque una compressione della libertà personale, rientra in ogni caso nella sfera operativa dell’art. 13 Cost., salvo il caso di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), che può essere previsto per legge (ma è certo che il lockdown non può essere considerato un TSO, che è provvedimento personalizzato consistente nell’applicazione forzosa di una terapia sanitaria).


In conclusione, al di là delle previsioni legislative che possono prevedere poteri speciali per il Governo in caso di emergenza sanitaria (soprattutto organizzativi e di gestione dell’emergenza), è evidente che tra questi poteri speciali non rientra né può rientrarvi certamente il potere di imporre il divieto di uscire dalla propria abitazione, poiché allo stato attuale non esiste alcuna norma costituzionale che lo preveda o che attribuisca a una legge o a un atto avente forza di legge il potere di attribuirlo, senza il preventivo vaglio giudiziario, caso per caso.

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