MES, Karlsruhe, eurobond e italexit. Il punto

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La questione è aggrovigliata. Il prossimo 23 aprile il premier dovrà mettere la firma sull’accordo partorito ieri l’altro dall’Eurogruppo, e io quella firma non la darei oggi per scontata. Più che altro perché a seguito dell’accordo, in Italia – giustamente – è scoppiato un vespaio: l’accordo non è affatto vantaggioso e anzi, rischia di metterci nelle mani della Troika. Infatti, prevede nel pacchetto il MES, che non è affatto light, come propaganda propaga, ma è il vero e unico MES, quello firmato nel 2012. Dunque austerità, controllo pieno della politica fiscale, con rischio di privatizzazioni, tagli e (s)vendite dei gioielli di Stato (leggi qui).

Ma quanto è concreta la possibilità che l’Italia chieda il MES, quello vero, strong,  e cioè a forti condizionalità?

Dipende da tanti fattori. In primis dalla volontà politica di richiederlo; in secundis, dall’andamento finanziario ed economico del nostro paese e del resto del mondo. Perché è chiaro che una nuova crisi dei debiti sovrani (non impossibile), conseguente alla crisi pandemica, potrebbe effettivamente preparare il terreno per una richiesta del MES (qui). L’impossibilità di monetizzare il debito, e dunque di fare politiche di espansione fiscale, lo renderebbero (salvo italexit) strada “obbligata”, qualora il degrado dei titoli pubblici impedisca allo Stato di “finanziarsi” sul mercato a tassi accettabili.

Ma questa del resto è l’eurozona. Un sistema perverso che costringe gli Stati a finanziarsi sul mercato ai tassi imposti dal mercato stesso, il vero dominus dell’Unione Europea, di cui la Germania è la capofila, con la sua ideologia ordoliberista e dunque con la mitologia dell’austerità espansiva (per gli altri) e del debito come schuld (peccato).

Dunque la richiesta del MES è legata a una serie di coincidenze politiche ed economiche. Ma è chiaramente la volontà politica a metterlo concretamente sul piatto. Perché la domanda giusta è infatti un’altra: partendo dal presupposto che non si chiederà mai il MES, qualora l’alternativa alla sua attivazione sia l’italexit, quale mai potrebbe essere la scelta di chi ci governa?

Una domanda alla quale sarebbe arduo rispondere se non fosse che, dopo trent’anni di neoliberismo, eurismo e propaganda filo-UE, il vincolo esterno condiziona incontrastato l’azione della nostra classe politica, ormai terrorizzata all’idea di assumersi una qualsivoglia responsabilità per governare il paese e tutelare l’interesse nazionale. Preferendo, piuttosto, demandare in tutto o in parte tali responsabilità agli organismi europei e alla boscaglia tecnocrate, che rappresentano al contempo la giustificazione (o il paravento) del loro disimpegno e della loro incapacità di rappresentare al meglio gli interessi italiani in Europa.

Ciò peraltro è dimostrato dal recente eurogruppo, dove la posizione italiana è stata di fatto emarginata. Niente eurobond, un MES light che se non è un capestro è solo fumo, e sempre il MES strong, quello vero, qualora si richiedessero strumenti di tutela dell’economia. Considerare questa “sconfitta” una vittoria è più che altro propaganda, buona per chi ci crede.

Detto questo, uno spartiacque determinante tra l’Italia e il MES è indubbiamente l’attesa sentenza della Corte Costituzionale tedesca (Karlsruhe), che si attende per il 5 maggio prossimo venturo. Vi chiederete: che c’entra la Corte Costituzionale tedesca con il MES e l’Italia? C’entra, c’entra, perché la Corte Costituzionale tedesca dovrà pronunciarsi sul Quantitative Easing della BCE. Dovrà, in altri termini, stabilire se il QE (e dunque la monetizzazione del debito degli Stati membri alla zona euro) violi o meno la Costituzione tedesca che vieta appunto la monetizzazione del debito (qui una ricostruzione chiara). Una sentenza che potrebbe essere dirompente, perché qualora la Corte tedesca dichiari che il QE della BCE non può andare oltre certi limiti, con la conseguenza che, in caso di suo proseguimento, la Germania (Bundesbank) dovrà tirarsi fuori, si aprirebbero scenari da terremoto economico-finanziario per noi e per l’euro.

E sul punto chiaramente le ipotesi si sprecano. C’è chi ritiene che ciò determinerebbe la fine della zona euro, con un ritorno quasi immediato alle valute nazionali (con la Germania la prima a uscire, soprattutto in caso di resistenze della BCE), e chi – più pessimisticamente – afferma che pur di salvare la zona euro dal tracollo, gli Stati come l’Italia, orfani del QE (la BCE segue la Corte Costituzionale tedesca), non avrebbero altra scelta che chiedere il MES onde recuperare le risorse monetarie che la BCE – di seguito alla decisione di Karlsruhe – non sarebbe più disponibile a concedere.

Il tutto chiaramente aggravato dal lockdown per il coronavirus, che sta velocemente deteriorando la nostra economia fino a un punto tale che senza immediate iniezioni di liquidità nel sistema, il crollo rischia di diventare drammatico per il nostro sistema produttivo.

Dunque è evidente che il contesto è davvero aggrovigliato e incerto. La verità è che si naviga a vista. Non credo esista un piano B, né credo che sia il Governo e sia le opposizioni si rendano perfettamente conto di ciò che sta capitando al nostro paese e alla sua economia, né quali siano i giusti strumenti per intervenire. Gli uni e gli altri, nonostante le evidenze che riportano verso territori economicamente costituzionali e keynesiani, insistono con le mitologie offertiste, sconfessate dalla storia economica e dalla pandemia. Del resto, se così non fosse, il lockdown sarebbe già terminato (pur con le dovute cautele). Soprattutto, però, l’euro sarebbe stato oggi solo un ricordo da annotare nei libri di storia come il più cocente degli errori commessi dal nostro paese.

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