Nazionalizzazione e limiti culturali neoliberisti

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Da più parti si evidenzia – di seguito a eclatanti fatti di cronaca economica – che lo Stato può e deve nazionalizzare determinate attività produttive. Ma altri, altrettanto, evidenziano che la nazionalizzazione sarebbe contraria alle regole europee e in ogni caso, ammesso si potesse, in un contesto senza sovranità monetaria, la nazionalizzazione sarebbe gravosa.

Ora, qui non intendo fare una disamina tecnica né contestare queste asserzioni. Non m’interessa. Volevo solo fare una riflessione abbastanza ovvia: se è così, e al di là degli escamotage che si potrebbero utilizzare per raggiungere comunque il risultato, perché impelagarsi in una sovrastruttura (quella europea) che costringe uno Stato al non-interventismo economico, nonostante sia chiaro che il non-interventismo lesiona gravemente il benessere collettivo e sociale, creando diseguaglianze, deflazione salariale, disoccupazione e in ultimo povertà?

La risposta esiste, ma molti non riescono ad accettarla semplicemente per un limite culturale. Complice la propaganda martellante che ha confuso libertà e liberismo, oggi molti strati della popolazione non riescono a concepire la libertà senza il liberismo economico. E questo, negli anni, ha creato una cultura sociopatica che fa il gioco della vera oppressione, quella del mercato. Sicché, oggi ci troviamo nel paradosso dell’essere al contempo le vittime e i carnefici di noi stessi.

Ciò spiega, d’altra parte, il perché, al di là delle regole (che comunque sono il prodotto della cultura neoliberista), oggi parlare di nazionalizzazione fa inorridire una parte dell’opinione pubblica (quella che vota essenzialmente i partiti liberisti ed euristi). Perché scatta il limite culturale coltivato astutamente dall’ideologia neoliberista: nazionalizzare significa che la gestione passa allo Stato, e lo Stato, nella propaganda ideologica, evoca spreco e inefficienza. Paura, questa, del tutto irrazionale e persino infondata. Non è affatto dimostrato che il privato sia più efficiente del pubblico; semmai è provato che il privato, quando gestisce un’attività di impresa, miri al profitto, e dunque cercherà sempre di ottimizzarlo, anche abbattendo i costi, soprattutto nel comparto occupazionale. Sicché quando l’attività medesima non sarà più in grado di generare profitto, verrà terminata.

Ammesso comunque che la nazionalizzazione non sia sempre la “soluzione ottimale”, questa lo è certamente quando trattasi di grossi poli industriali che assumono valenza strategica per l’economia nazionale e la sua indipendenza. E a maggior ragione lo è, quando trattasi di monopoli naturali, telecomunicazioni, trasporti o fonti di energia. Del resto, è la nostra stessa Costituzione a dirlo:

Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione [834, 835, 838 c.c.] e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Eppure il limite culturale (o se vogliamo: ideologico) impedisce alla nostra classe politica (e ai suoi elettori) di comprendere appieno questa semplice verità. Perché, per quanto si possa pensare che esistano anche interessi e pressioni interne ed esterne che bloccano certe decisioni, è altrettanto vero che l’idea che il privato sia meglio del pubblico è talmente radicato nell’immaginario collettivo e, di riflesso, nella classe politica, che la nazionalizzazione viene quasi sempre scartata a priori, non solo per ragioni di compatibilità con le norme UE (e sulle quali ce ne sarebbe da dire), ma anche e soprattutto per le suddette ragioni culturali.

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