Perché il problema del debito pubblico è solo nell’euro

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Torno un attimo sul mantra del debito pubblico, quello che secondo la narrazione eurista è troppo alto, sicché bisogna ridurlo. E bisogna farlo, riducendo la spesa pubblica e andando in pareggio (Fiscal Compact). Meglio ancora con un surplus di cassa, e cioè con un flusso di entrate più alto del flusso delle uscite. In termini pratici, il prodotto tra dare e avere nel bilancio dello Stato deve avere sempre il segno +.

Questa è chiaramente un’assurdità che non ha alcun riscontro nei manuali di macroeconomia (almeno di quelli seri). Creare surplus di cassa significa semplicemente che lo Stato prende più di quel che restituisce. Cioè, se io pago 100, lo Stato in servizi e prestazioni me ne restituisce 90, 80… ovvero 100-n in termini di valore e numero dei servizi e delle prestazioni; dipende, in questo caso, dalla pressione fiscale.

Ridurre dunque lo stock di debito facendo surplus, significa ridurre la propria fonte di finanziamento sul mercato necessario – sappiamo – per generare servizi e prestazioni che arricchiscono la collettività. Se questo in realtà non sarebbe un problema qualora si abbia piena sovranità monetaria, il problema diventa serio qualora invece non si abbia una moneta sovrana. Perché lo Stato, in quest’ultima ipotesi, non ha alcuna forma alternativa di finanziamento che non implichi sottrazione immediata di ricchezza dall’economia reale. L’imposizione fiscale, infatti, a differenza dell’indebitamento pubblico, è sottrazione di ricchezza in termini reali (toglie ai cittadini ciò che già hanno), forzando lo Stato a comportarsi innaturalmente come il buon padre di famiglia: tanto incassi, tanto spendi.

Ma – ancora una volta – lo Stato non è un buon padre di famiglia e a esso non si applicano queste regole civilistiche. Il buon padre di famiglia non ha ciò che ha uno Stato: la sovranità, e cioè l’imperio, inteso questo come la capacità di imporre norme cogenti erga omnes, ivi compresa la circolazione legale di una moneta come mezzo di scambio dei beni e dei servizi. Il voler pertanto applicare le regole del buon padre di famiglia a uno Stato, significa non già perseguire una logica razionale e un comportamento prudenziale, bensì imporre un’ideologia politica il cui scopo ultimo è sottrarre ricchezza reale attraverso una diminuzione della capacità redistributiva propria della democrazia sostanziale. 

E questo ci conduce al cuore pulsante della questione: il debito pubblico diventa un problema solo in un contesto nel quale allo Stato è sottratta (contram costitutionem) la sovranità monetaria ed economica. Sicché, il problema non è in realtà il debito pubblico in quanto tale – che la propaganda eurista astutamente ci propina ingenerando nei cittadini un senso di colpa irrazionale e ingiustificato – ma è l’euro; tolto di mezzo l’euro, viene tolta di mezzo la variabile che connota il debito pubblico come un problema o un “peccato”, perché vengono tolte di mezzo tutte le regole assurde che lo sostengono e lo tengono in vita (Maastricht e il Fiscal Compact, il patto di stabilità e così via).

Non lasciamoci dunque ingannare dalla propaganda eurista, perché è proprio grazie a questa propaganda subdola e deviante, che oggi il nostro paese – defraudato della propria sovranità anche in barba alla Costituzione – si trova in una situazione disastrosa in termini di democrazia sostanziale, ricchezza reale, sviluppo industriale e occupazione. 

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