Perché la politica si difende dal processo e non nel processo

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Lungi questa dall’essere una difesa d’ufficio di Salvini, vorrei fare qualche riflessione sulla scorta del caso “Gregoretti” e su alcuni concetti che sfuggono ai più, soprattutto a chi ritiene che l’autorizzazione al processo del Senato sia stata corretta. Formalmente, sicuramente. Nella sostanza, vediamo.

Partiamo dall’assunto chiave di questo post:

— La politica si difende dal processo e non nel processo.

Questo è esattamente il concetto opposto rispetto a quello conclamato in questi giorni. Ed è un concetto che esprime pienamente l’autonomia della Politica rispetto alla Giustizia, e il fatto stesso che gli atti politici in quanto tali non solo non sono sindacabili da un giudice, ma non dovrebbero mai esserlo. Del resto, la separazione dei poteri, fin dai primi tempi della sua elaborazione teorica, ha avuto questo scopo: impedire una confusione tra i poteri dello Stato, e dunque del potere giudiziario con quello esecutivo, non solo nella direzione “esecutiva-giudiziaria”, intesa questa come assunzione nello stesso organo di entrambe i poteri, ma anche nella direzione “giudiziaria-esecutiva”, intesa – inversamente – come assunzione in capo al giudice di un qualsiasi potere di indirizzo politico.

Da tempo, invece, assistiamo all’affermazione insidiosa di un sistema che intende normalizzare la confusione di fatto del potere esecutivo nel potere giudiziario, ma solo nella direzione giudiziaria-esecutiva, sicché i politici devono essere “giudicati” anche per i loro atti politici, assegnandosi al magistrato il compito di definire un indirizzo politico, quanto meno indirettamente attraverso il potere di censura/conferma di quello posto alla sua valutazione. Un sistema che ben può essere riassunto nel “giustizialismo” imperante nel nostro tempo, che vede il potere giudiziario come taumaturgico se non infallibile rispetto alle presunte storture della democrazia, assumendosi questa come espressione di una classe politica pregiudizialmente corrotta e inefficiente.

Una deriva che poco o nulla ha a che vedere con la democrazia compiuta, perché tende a confondere la responsabilità politica, che solo l’elettore può sanzionare, con la responsabilità giuridica, che sì un giudice è tenuto a sanzionare (eventualmente), ma solo e se è assente del tutto la discrezionalità politica. Qualora invece si ammetta che un giudice possa entrare – a prescindere – nel merito dell’atto politico (e ciò è inevitabile, qualora sia posto alla sua attenzione nel processo), pochi i dubbi: stiamo sostanzialmente assoggettando il potere esecutivo al potere giudiziario. O meglio stiamo chiedendo a un giudice di valutare la bontà di un atto politicamente discrezionale; qualsiasi sia la decisione che poi quel giudice assumerà, si consumerà comunque il vulnus a danno della democrazia: ciò che decidono gli elettori non conta nulla, se poi una sentenza potrà sancire l’esatto opposto.

Ecco perché la politica deve essere difesa dal processo e non nel processo. Nel momento in cui si affermi l’antitesi, si sta ammettendo che la politica deve essere subordinata alla giustizia, e si assegna alla giustizia poteri e responsabilità che non le competono per funzione e Costituzione.

Detto ciò, la difesa della politica dal processo non implica che un qualsiasi atto posto in essere dal politico sia esente da censura giudiziaria; significa solo che qualora quell’atto sia estrinsecazione politica di un indirizzo politico (magari pure manifesto e pubblico), quell’atto non è sindacabile dal giudice né dovrebbe esserlo in alcun modo. E così era nel quadro pre-riforma (1989). Infatti nella precedente disciplina, la valutazione sull’atto politico compiuto dal Ministro era prerogativa delle Camere con poteri inquirenti e giudicanti. Ciò permetteva di salvaguardare la separazione dei poteri e impediva che il magistrato potesse “invadere” le competenze della politica, aprendo fascicoli per reati ministeriali. Con la riforma invece si è stabilito che sia il magistrato a prendere l’iniziativa giudiziaria, salvo poi richiedere l’autorizzazione delle Camere al processo, che all’uopo vengono chiamate a valutare se l’atto del Ministro sia stato posto a «tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o … il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio delle funzioni di governo».

Una riforma assolutamente deprecabile. E ciò perché consegna al potere giudiziario non solo l’iniziativa dell’azione, ma addirittura la conseguente valutazione sulla bontà dell’atto politico qualora le Camere, sulla scorta di questa iniziativa, autorizzino il processo, che – non sfugge! – sull’onda giustizialista oggi dominante, diventa pressoché un atto dovuto.

Non può sfuggire ai più che questo meccanismo incarni una delle prime forme di giustizialismo legislativo manifestatesi nel nostro paese. E qui, onestamente, ci sarebbe da fare un discorso politico di più ampio respiro, se non fosse che ricostruire il quadro che fin dal 1989 ci ha portati al presente, richiederebbe un post davvero lungo. Posso solo concludere (riservandomi di ritornarci in futuro) che questo genere di “riforme” (oltre la riforma sull’autorizzazione a procedere per i reati ministeriali, ricordo la riforma dell’art. 68 Cost., l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, e ora il taglio dei parlamentari) non corrispondono affatto a un miglioramento dell’esperienza democratica, bensì a un suo netto peggioramento; rappresentano, in altre parole, il chiaro sintomo del declino della democrazia partecipata e popolare, disegnata in Costituzione, che fa il paio con il processo desovranizzante in favore delle istituzioni europee. Sul punto le connessioni sono tante e i dubbi sono davvero pochi.

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