Riforma del catasto e IVA uguale povertà e debito privato

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Il Governo Draghi va avanti con la riforma del catasto. Incurante dell’indirizzo del Parlamento che ha detto no alla riforma, prepara un DdL delega da presentare allo stesso Parlamento, perché questi la approvi e possa così agire tramite decreti delegati.

Ma non m’interessa la cronaca politica in sé, quanto l’impatto economico che si otterrebbe qualora il Parlamento dicesse sì alla riforma del catasto, che in parole povere si traduce nell’adeguamento delle rendite catastali alle quotazioni di mercato. Che tradotto, significa che un cittadino medio (operaio o impiegato) si ritroverebbe una rendita catastale del proprio immobile altamente rivalutato, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini impositivi e di composizione dell’ISEE (nefasto strumento utilizzato per determinare esenzioni e riduzioni del costo di taluni servizi pubblici).

E per quanto questo Governo si affanni a dire che la riforma avrà solo finalità informative, la verità è che non si spendono energie e tempo per fare una riforma del tutto inutile ai fini fiscali. Soprattutto perché è la UE che chiede da tempo che le rendite catastali in Italia siano rivalutate agli indici di mercato. E la UE non chiede questa riforma per niente, ma proprio perché le imposte sugli immobili siano aumentate.

Torniamo dunque all’ideologia eurista e dunque all’idea che in Italia, gli italiani siano ancora troppo “ricchi” e dunque non siano sufficientemente impoveriti e indebitati. Il pallino della UE dunque è sempre lo stesso da trent’anni a questa parte: spostare l’indebitamento dal settore pubblico al settore privato, perché poi agisca la deflazione sotto il duplice profilo della svalutazione immobiliare, dovuta al peso delle imposte, e alla depressione dei consumi, dovuta in parte alla pressione fiscale sugli immobili adibiti a uso abitazione (se aumenta la base dell’ISEE a causa delle rivalutazioni catastale agli indici di mercato, diminuiscono le esenzioni e le tassazioni ridotte) e in parte alla possibilità che venga “rimodulata” l’IVA sui consumi.

Siamo al trionfo delle imposte indirette e dunque di quelle regressive. Cioè di quelle imposte che colpiscono con maggiore virulenza fiscale il ceto medio-basso. La finalità è quella già esposta: spostare l’indebitamento dal settore pubblico a quello privato per alimentare la deflazione e dunque la svalutazione interna, funzionale a un’economia globalista e, di fatto, colonizzata.

Il risultato è un progressivo (e direi voluto) impoverimento degli italiani sotto il duplice profilo di minori investimenti pubblici (riduzione del debito pubblico con un impatto significativo su sanità e istruzione) e di un sensibile aumento del debito privato (aumento dell’imposizione fiscale sugli immobili e aumento dell’IVA sui consumi, e un aumento degli oneri sociali dovuto a un uso sempre più massiccio dei servizi sociali privatizzati). L’impoverimento – dicevo – favorisce le rendite da grande capitale e determina una riduzione del costo del lavoro (cioè, salari da fame e minori tutele lavoristiche). Il mondo ideale dei liberisti: tanti poveri, indebitati, pronti a lavorare per un tozzo di pane, senza un tetto sopra la testa (e per i pochi privilegiati, un tetto affittato), che devono pagarsi tutto, soprattutto le cure.

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