Stato di crisi. Piuttosto che il MES, l’Italia recuperi la sovranità monetaria

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Iniziamo dalla dichiarazione dell’attuale presidente della BCE, Lagarde, che ieri ha detto una cosa che ha lasciato sgomenti, soprattutto i fan sfegatati dell’Europa, e cioè che non è compito della BCE “chiudere gli spread”:

Non siamo qui per chiudere gli spread. Ci sono altri strumenti e altri attori per gestire queste questioni…

Una dichiarazione che ha fatto impennare lo spread BTP-Bund e ha creato un vero e proprio terremoto nelle borse europee; una dichiarazione che, seppure si è cercato di mitigare con un tentativo di ritrattazione (qui), a mio avviso sconfessa senz’appello il whatever we takes di Draghi e ripristina un po’ di verità sulla vera natura della banca centrale europea e sul suo ruolo, che non è quello di supportare le economie dei paesi dell’eurozona, ma di garantire la stabilità dei prezzi (e dunque delle rendite dei grandi capitalisti).

Lo dicono a chiarissime lettere i trattati europei, e la Lagarde non fa altro che confermarlo. Dunque, il presidente della BCE, in realtà, ha tolto di mezzo l’increscioso fraintendimento che aveva alimentato il whatever we take di Draghi, e cioè che la banca centrale europea fosse come tutte le altre banche centrali del resto del mondo: uno strumento al servizio dell’economia reale e della tenuta dei livelli occupazionali.

Niente di tutto questo, e si nota anche ora, davanti all’emergenza. Se la banca centrale cinese, quella giapponese e quella USA, iniettano miliardi di dollari nel sistema e/o tagliano i tassi per far fronte all’emergenza sanitaria e al conseguente recesso dell’economia, la banca centrale europea rimane sostanzialmente “inerte”, perché non è nella sua missione statutaria fare ciò che fanno le altre banche centrali.

Dunque cosa resta in Europa, se la BCE decidesse davvero di non intervenire con una vera espansione monetaria, che non si limiti cioè a supportare il sistema bancario, ma si indirizzi con iniezioni di denaro nell’economia reale?

La verità è che resta poco. In teoria, non essendo credibile una deroga ai vincoli di Maastricht e al Fiscal Compact (nonostante venga ventilata), resta solo il MES 2, come peraltro si ipotizza. Idea che però presenta evidenti criticità. Il ricorso al MES 2 potrebbe infatti comportare implicazioni non previste né prevedibili sul nostro assetto economico. E cioè qualora il nostro paese – anziché prendere atto del sostanziale fallimento dell’Unione Europea e uscire dall’euro per manifesta assenza di solidarietà fra i suoi membri – si piegasse e chiedesse prestiti tramite il predetto meccanismo di stabilità europea e/o (peggio) al FMI, potremmo avere la classica toppa peggiore del buco.

Dunque speriamo non accada e che l’ipotesi rimanga tale. Soprattutto speriamo che i nostri governanti siano pienamente consapevoli dei pericoli insiti nella soluzione neoliberista del “prestito internazionale” (qualunque esso sia), anziché indirizzarsi verso il recupero della piena sovranità fiscale e monetaria che non richiede prestiti né indebitamenti con i cosiddetti “investitori”. Questo genere di soluzione – il prestito – (che soluzione non è) rischia, nei fatti, di risultare un vero e proprio autogoal per il nostro paese. Perché i prestiti – è noto – vanno restituiti

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