Votare NO al referendum costituzionale è un dovere patriottico

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Chi ha occhi per vedere può vedere che le sedicenti battaglie contro la “casta” sono battaglie contro la democrazia parlamentare e dunque contro la possibilità che il popolo possa decidere il proprio destino. L’ultima frontiera di queste battaglie è il taglio dei parlamentari che io preferisco chiamare “taglio della democrazia”. Questo perché a un taglio dei parlamentari consegue un taglio della rappresentanza politica: la base dei rappresentati si allarga diluendo ancora di più il rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

La Costituzione primigenia

Eppure, chi conosce bene la nostra Costituzione, sa perfettamente che questo rapporto era tenuto in grande considerazione in costituente, tant’è che i primigeni artt. 56 e 57 Cost. non prevedevano un numero fisso di parlamentari, ma un numero variabile:

Art. 56. La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila.
Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.

Art. 57. Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale.
A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.

Poi la legge costituzionale n. 2 del 1963 ha modificato queste norme, introducendo il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori; il numero fisso in questi termini cercò di rispecchiare la proporzione prevista nella norma primigenia, quanto meno in rapporto alla popolazione dell’epoca (51.060.100 abitanti). Oggi quell’indice è completamente cambiato, visto l’aumento della popolazione, e nonostante questo lo si vorrebbe ridurre, portandolo da un parlamentare ogni 96 mila abitanti a un parlamentare ogni 151 mila, magari sul presupposto che i nostri parlamentari siano troppi.

I numeri che smentiscono

Qui sotto il grafico che testimonia come il taglio dei parlamentari ci renderebbe il paese con il più basso indice di rappresentatività in rapporto alla popolazione (in rosso). Praticamente se passasse la riforma, saremmo gli ultimi nella classifica. Peraltro, se notate, già oggi con il numero attuale (in giallo), siamo nella bassa classifica.

I dati si riferiscono alla Camera dei Deputati

Le riforme contro la democrazia

Ma poi troppi perché? Quale criteri vengono utilizzati per definire “troppi”? L’unico criterio che a me viene in mente è quello del costo della decisione, che in un sistema neoliberista fa perdere i profitti ai grandi potentati economici transnazionali. E del resto, non è un caso che il taglio dei parlamentari, l’introduzione del sistema unicamerale, il taglio di vitalizi, il tentativo di introdurre il sistema maggioritario (magari quello a doppio turno), ecc. siano tutte “riforme” che piacciono assai ai detentori dei grandi capitali. Perché, fondamentalmente, subordinano la democrazia alle pressioni esterne e riducono il costo della decisione. Cioè sacrificano le istanze democratiche e la sovranità, in favore degli interessi di chi ha poco bisogno del consenso politico per influenzare le decisioni di un governo, bastandosi quello economico, se (naturalmente) il contesto politico-democratico è quello “giusto”, e cioè rigido, nel senso di poco incline agli umori dei processi elettorali (e un sistema unicamerale, con un basso indice di rappresentanza è quasi perfetto).

Pertanto, nell’ampio quadro di destrutturazione della democrazia costituzionale, il taglio dei parlamentari ben si armonizza con altre discutibili riforme già introdotte nel nostro paese. Ricordo la cancellazione dell’immunità parlamentare, l’introduzione del pareggio di bilancio, l’introduzione del vincolo giuridico europeo (e cioè la subordinazione delle leggi interne alle leggi comunitarie), l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Tutte riforme il cui scopo è sterilizzare i processi democratici nazionali, subordinarli al vincolo esterno, e rendere le forze politiche quasi del tutto irresponsabili davanti al popolo elettore e parimenti responsabili davanti ai poteri economici transnazionali (vi dice nulla lo spread?).

Perché votare NO è un dovere patriottico

Voglio essere franco: il NO non risolve il problema. Per risolvere i problemi di democrazia nel nostro paese sarebbe necessario ben altro, come uscire dall’Unione Europea e riattualizzare la Costituzione (oggi quasi impossibile). Ma è certo che il NO – come nel caso della riforma del 2016 (e prima ancora quella del 2006) – arginerebbe il processo di sterilizzazione della democrazia, in atto nel nostro paese da almeno un trentennio. Votare NO al referendum che si terrà il prossimo 29 marzo, è perciò un dovere di Patria ineludibile. Perché il NO non salva una o due poltrone della “casta”, come vorrebbero farci credere, ma salva il nostro diritto di essere pienamente rappresentati in Parlamento. E quanto al risparmio che si otterrebbe dal taglio, non ci sono dubbi che si tratta di spiccioli, davanti ai miliardi di euro che versiamo ogni anno all’Unione Europea per sostenerne le strutture, e ciò a detrimento del nostro sviluppo economico. Se ci sarà un SI da dire un giorno, sarà quello che taglia l’euroburocrazia dalla nostra Costituzione.

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